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I Silverchair, post grunge made in Australia

Ogni qual volta si pronuncia il nome Grunge la mente corre veloce verso una sola direzione, una sola immagine ricorrente: quella dei Nirvana. Per carità, la band capitanata da Kurt Cobain ha permesso al mondo di conoscere la cultura grunge nelle sue diverse sfaccettature, facendola così diventare mainstream ed attirando l’attenzione dell’industria discografica (e non solo). Ma in ogni caso i Nirvana rappresentano per l’appunto la definizione più “commerciale” di un concetto che è stato declinato in mille modi diversi da mille band diverse che hanno avuto modo di essere un vero valore aggiunto per quello che è stata l’ultima rivoluzione musical- culturale che il rock può vantarsi di aver fatto da cassa di rinonanza.

I Silverchair al completo: da sinitra: Ben Gillies (batteria), Daniel Johns (chitarra e voce) e Chris Joannou (basso)

I Silverchair sicuramente fanno parte di questa categoria: decisamente contro tendenza rispetto agli altri gruppi grunge hanno raggiunto il grande successo nel 1995, ovvero un anno dopo la morte di Cobain che ha sancito anche la fine di questo sotto genere musicale. Composto da Daniel Johns (chitarra e voce), Ben Gillies (batteria) e Chris Joannou (basso) il trio ha raggiunto il successo con l’album di debutto Frogstomp. Questo disco, pubblicato quando tutti i membri della band avevano all’incirca quindici anni, è decisamente un opera caratterizzata da un grunge solido, cazzuto e ben strutturato. Lo si può notare in brani come Tomorrow (una delle canzoni più famose dei Silverchair), Madman e Undecided.

I Silverchair in un momento di cazzeggio

La prima volta che ebbi modo di ascoltare i Silverchair fu il giorno del mio quindicesimo compleanno, quando ricevetti in regalo l’album Freak Show del 1997. Fu una vera e propria scoperta in direzione di una nuova dimensione musicale che per me e i miei coetanei partiva dai grandi gruppi fino alle novità del periodo come Limp Bizkit, Slipknot, Queens Of The Stone Age, Foo Fighters e compagnia cantante. Quella folgorazione sfociò nel desiderio di scoprire di più su questa band post grunge australiana, che negli anni ha pubblicato dischi di assoluto pregio ( se non avete mai ascoltato Neon Ballroom fareste bene a rimediare) ad altri lavori che hanno testimoniato la loro crescita artistiche che, inevitabilmente, si è distaccata dalle sonorità degli esordi come in Diorama e Young Modern. Nel mentre, esattamente come il mondo, anche il rock è cambiato fino a raggiungere sonorità talmente ibride da non riuscire a dargli un’incisiva identità capace di creare qualcosa di vagamente interessante. In aggiunta a ciò c’è da considerare la partecipazione dei membri del gruppo in progetti collaterali che gli hanno impegnati durante la loro fase creativa e che li ha tenuti lontani dal tornare in sala di incisione e che li ha portati a maturare la decisione di prendersi un periodo di “indefinita ibernazione” come da loro stessa dichiarazione. Molto probabilmente nel panorama musicale attuale non c’è posto per i Silverchair ma sicuramente non c’è occasione migliore di questi tempi creativamente incerti per riscoprire tutta l’arroganza sonora del loro grunge.

Hank Cignatta

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