Bad Literature Inc.

E' vero. E' giornalismo. E' Gonzo, bellezza.

Hanno ucciso il buon senso, chi sia stato non si sa. Forse il falso perbenismo e la sua (im)moralità.

Mi sveglio di soprassalto. Ritorno a respirare e a vivere, in fame d’aria, aprendo nuovamente gli occhi su questa realtà stantia, fottuta e sfatta. La bocca arsa, come se avessi trattenuto il fiato per tutta la notte senza mai arrivare al battito finale. Scosto la tenda della mia finestra, alla ricerca del sole. Niente. Il Grande Giallo gioca ancora a nascondino dietro ad una spessa coltre di nuvole cariche di incazzature da far piovere sui capi a forma fallica dell’umanità. Piove per le strade e anche nel mio animo alluvionato da una pigrizia di meteoropatica origine.

Per la strada una macchina passa con la musica a tutto volume: il subwoofer in modalità frantuma vetri (e non solo) spara dalle casse un brano trap di un presunto moderno idolo che sottolinea il fatto di non essere la causa dei casini di queste nuove generazioni assai confuse su molte cose. Il tempo di rimanere ad aspettare il semaforo verde e quell’imbarazzo musicale sfreccia via dalla mia giornata con la stessa velocità con la quale ha tentato di farvi irruzione. Accendo il computer, nella speranza di riuscire a trovare quell’ispirazione che mi è mancata nel corso della settimana appena trascorsa e ritornare a scrivere. Il mio cellulare vibra, avvisandomi che sul social network per antonomasia qualcuno o qualcosa ha deciso di condividere dei contenuti con il mondo. Mi collego, elimino le notifiche e scorro svogliatamente la mia home venendo immediatamente investito da una tempesta di immagini, video e suoni. Tra questo turbinio colorato mi imbatto nell’ennesimo candidato per le elezioni politiche europee intento a parlare in un video girato in qualche piazza di Nevrotic Town, rivendicando il fatto di voler portare una città più sicura e a misura d’uomo. Non avendo niente di meglio da fare mi fiondo a leggere i commenti: una carrellata di insulti al candidato, di domande alle quali non verrà mai data una risposta diretta e sincera ma alle quali, in fondo, si conosce benissimo già da troppi anni la risposta.

Il mio mouse scorre freneticamente, senza cercare nulla in particolare. I miei sensi continuano ad essere ipnotizzati dal vario campionario umano che si riversa sul social: da chi si appresta ad “offrire” un caffè virtuale a tutti i suoi contatti con tanto di buongiorno a chi ha postato la foto dell’ennesima costosa sessione ossessivo- compulsiva di shopping con allegata documentazione fotografica dettagliata dei marchi e del loro relativo prezzo e che chiede oggi, nel giorno del suo compleanno, una raccolta fondi per cercare di combattere la fame nel mondo. Questa è la perfetta nonché triste cartina tornasole di una società che vuole emanciparsi sotto ogni punto di vista, avendo velleità di qualsivoglia libertà salvo poi riuscire a creare tempeste in mezzo bicchiere d’acqua per ogni minima cagate che finisce sotto l’impietosa lente dei social network che tutto hanno tranne che una reale soluzione ai temi pratici della vita moderna.

Il buonsenso è passato ormai di moda: è stato pericolosamente soppiantato da quel perbenismo che monopolizza le menti in direzione di un pensiero unico che bisogna rispettare sempre e in ogni situazione, non importa quale. Se si sposta il baricentro di questo apparente equilibrio presentando un punto di vista che non è condiviso dalla massa si fa in fretta ad essere bollati con parole che terminano con il suffisso -ista che assai vanno di moda ultimamente. E la cosa più triste è che il poter sviluppare un proprio pensiero autonomo qui in Italia, nel 2019, viene ricondotto (e strumentalizzato) a qualcosa di politico, anche quando questo qualcosa nulla ha a che fare con la politica. Per carità, viviamo (per ora) in un Paese dove vige (o così dovrebbe) la libertà di parola e di pensiero, così come di libero arbitrio. Ma la verità è che, il più delle volte, se ne fa un abuso tale da rendere tutto così dannatamente confuso. Ciò che dovrebbe essere normale viene visto come il raggiungimento di un progresso mai visto prima mentre ciò che dovrebbe essere superfluo viene analizzato e sviscerato nelle sue forme più ridicole. Ciò negli anni ha portato a non riuscire più a distinguere il virtuale da ciò che è reale. Ecco quindi che l’utente medio, imbattendosi in un post di qualsivoglia natura (musica, cinema, politica e via discorrendo) deve necessariamente esprimere il proprio parere. Anche se questo non fa altro che dare un pulpito (in questo caso virtuale) per dare sfogo ai più bassi istinti che nulla hanno a che fare con qualcosa di costruttivo. Ed essendo questi nuovi strumenti di comunicazione una vera e propria estensione delle nostre vite reali, ciò viene rapportato anche nella quotidianità. E il perbenismo di facciata ha inquinato quindi le nostre esistenza a tal punto da dover far sentire in colpa chiunque si soffermi a pensare in maniera razionale a questa o quell’altra situazione. Per non parlare del black humor, dichiarato clinicamente morto ormai da una buona decina di anni. Vi ricordate quanto erano belli quei tempi in cui si poteva ridere (alle volte anche di gusto) a qualche battuta bastarda? La verità è che adesso non siamo più abituati ad indignarci: ci sono scandali all’ordine del giorno che vengono scoperti la mattina e poi buttati nel buio e freddo cassetto del dimenticatoio poche ore dopo. Certo, c’è chi sbercia contro la tv o contro il giornale non appena apprende la notizia. Ma poi si torna tutti ad aspettare con ansia il nome del nuovo allenatore della propria squadra del cuore. E finché questo accadrà, il saggio continuerà ad indicare la Luna e lo stolto seguiterà a guardare il dito. E intanto fuori inizia a piovere. Un’altra giornata merdavigliosa.

Hank Cignatta

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