Giovani, belle ed incazzate: la storia di Avere Vent’Anni, un film sempre attuale

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La cinematografia attuale è una triste accozzaglia di immagini e di diarrea di parole raccolte in quelle che dovrebbero essere sceneggiature che non sono da troppo tempo più in grado di lasciare un segno indelebile nell’immaginario collettivo. Questo perché si bada molto di più al budget per gli effetti speciali (che rappresentano la maggior parte del film) rispetto a tutto ciò che è in grado di rendere eterno un film fino a farlo diventare un cult in grado di vincere la prova del tempo. Questo è dovuto alla mancanza di registi in grado di creare qualcosa che sia pura esaltazione dell’arte cinematografica senza necessariamente doversi sentire delle rockstar della celluloide e di un pubblico in grado di giungere a più ampie vette di percezione e di giudizio. Negli anni il pubblico cinematografico, specialmente quello italiano, è stato abituato a ricevere dal cinema stimoli elementari per reazioni elementari, tralasciando completamente una capacità di visione d’insieme in grado di offrire un confronto stimolante. I gusti sono gusti e come sempre su questi non si discute. Ma per l’ignoranza, specialmente negli ultimi tempi, non ho davvero più tolleranza.


Registi, sceneggiatori e produttori salutano produzioni in grado di lasciare realmente il segno, al di là dei gusti personali

Gli anni Settanta e Ottanta sono stati una decade molto florida per un determinato tipo di cinema italiano, all’epoca considerato uno tra i più interessanti al mondo, dove non era assolutamente raro venire a contatto con pellicole in grado di far discutere e di essere attuali anche a diversi anni di distanza dalla loro uscite nelle sale cinematografiche. Tra questi film vi è Avere vent’anni, pellicola del 1978 diretta da Fernando Di Leo, già regista di capolavori del genere noir poliziesco quali Milano Calibro 9, La mala ordina, Il boss e tanti altri. Di Leo è stato uno di quei registi in grado di essere avanti almeno trent’anni sui suoi tempi: un artista in grado di mostrare uno sguardo cinico, sincero, diretto e senza fronzoli. Avere vent’anni segue la storia di Lia (interpretata da Gloria Guida) e Tina (la splendida e sfortunata Lilli Carati), due bellissime ragazze molto libertine, che vivono la loro vita e la loro libertà sessuale a ridosso del periodo tardivo della contestazione e dell’emancipazione degli anni Settanta. Le due si incontrano su una spiaggia in seguito ad una festa alla quale entrambe avevano preso parte la notte precedente e decidono di viaggiare in autostop verso Roma in direzione della comune hippy gestita da Il Nazariota, un curioso personaggio che gestisce questo posto abitato da strani personaggi. Tra questi spiccano il nervoso Riccetto (interpretato da Vincenzo Crocitti, famoso poi anni dopo nel ruolo di Mariano Valenti in Un medico in famiglia e di Vittorio Bordi in Carabinieri) e quello di Argiumas, asceta che non ha più nessun tipo di sentimento o di impulso nei confronti della vita terrena se non quello nei confronti del raggiungimento dell’illuminazione (magistralmente interpretato da Leopoldo Mastelloni).

Le due ragazze decidono di trattenersi presso la comune e per mantenersi vendono enciclopedie porta a porta, ottenendo contratti e assegni grazie anche alla loro bellezza e spregiudicatezza. La pellicola, oggetto di una forte censura, ha due finali: quello originale vede le due protagoniste, in fuga in un bosco da un gruppo di uomini incontrati poco prima in una trattoria, brutalmente percosse e uccise. Tina ha la peggio, che muore con un palo conficcato nella vagina. In seguito al ritiro della pellicola dalle sale cinematografiche è stato montato un diverso finale, a lieto fine, che però stravolge il significato stesso dell’intera pellicola. In questo montaggio censurato sono state eliminate, oltre alla scena del violento finale, anche quella saffica tra Lia e Tina, tutte recuperate ed inserite nel 2004 in un’edizione in DVD con commento al film del regista.

La scena saffica tra le protagoniste oggetto della scure della censura

Avere vent’anni è sicuramente uno dei film più controversi della produzione cinematografica di Fernando Di Leo. Un film potente, dal profondo significato sociale che analizza con amara disillusione la gioventù della rivoluzione sessuale. Quella stessa rivoluzione avvenuta per certi versi ma che è assente in un Paese che ancora oggi si indigna pubblicamente ma che rimane ancorata a strette vedute ed abitudini. La genialità di Di Leo è stata anche quella di prendere due esponenti della bellezza italica dell’epoca, all’apice della loro carriera e inserirle in un contesto diverso rispetto a quello che lo spettatore medio era solito collocarle. La bacchettona società dell’epoca (che, in fin dei conti, non è molto diversa da quella che ha velleità di emancipazione ma che non riesce a guardare più giù del suo sudicio ombelico) non era pronta per un film in grado di scardinare le regole imposte da una censura di ecclesiastica fattura. Il finale censurato di Avere vent’anni ricorda per certi versi quello di Easy Rider: in questo triste e sporco mondo non c’è posto per i liberi pensatori, per le anime in grado di vivere ed intendere la vita in base alle proprie regole. Nasci, cresci, conformati, cura sempre il tuo taglio di capelli e diventa nutrimento per la terra. Se prendi una strada diversa rispetto a quella della segnaletica del conformismo, sei fottuto. Fanculo quindi a tutto e tutti: fanculo ai perbenisti e al perbenismo, che sta facendo più danni del fumo passivo e dell’alcolismo. E fanculo agli ignoranti, che ai tempi della conoscenza tascabile, è una scelta. E non sempre è una benedizione.

Hank Cignatta

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Giornalista pubblicista, fondatore e direttore responsabile di Bad Literature Inc.

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