Elisabetta Imelio, i Prozac + e la fine di quella spensieratezza musicale che ha cresciuto una generazione

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I Prozac+ sono stati uno degli ultimi gruppi capostipiti di un suono che ha fatto da colonna sonora di una generazione. Una generazione positivamente sgangherata, senza troppi grilli per la testa e che sapeva ancora come divertirsi. La stessa generazione che aveva la possibilità di venire a contatto con gruppi ed artisti per mezzo di quel network televisivo a tema musicale che permetteva a giovani brufolosi di comprare album di artisti che oggi sicuramente si rimpiangono per diversi motivi. E se non c’era MTV c’era il grandissimo Red Ronnie che, con i suoi programmi, è riuscito sempre a presentare musica ed artisti di qualità riuscendo sempre a trovare il modo giusto per parlare ai giovani. Al di la del solito dettaglio incontestabile dei gusti personali, apprendere della scomparsa di Elisabetta Imelio, bassista, voce e anima pulsante dei Prozac+ è l’ennesimo fiore portato alla tomba di quel periodo spensierato che con la sua sana follia ha guidato una generazione.

Intervista ai Prozac+ al programma Sonic di Mtv condotto da un giovanissimo Enrico Silvestrin

La prima volta che ho ascoltato i Prozac + era il 1998, ero poco più di un bambino e quel nuovo canale che trasmetteva musica a manetta mandava in onda a rotazione continua il video di Acida, brano che in quel periodo stava avendo un buon successo commerciale a tal punto da sentirlo spesso per radio anche quando mi trovavo al supermercato a fare la spesa con mia madre. Il video era per me all’epoca stranissimo, con immagini incomprensibili e strani disegni che apparivano sullo schermo. Ma quella fottuta canzone non ne voleva sapere di andarsene via dalla mia testa. E da allora i Prozac + sono da sempre rimasti nelle mie personali playlist nei miei iPod e nei miei ascolti musicali quotidiani che mi accompagnano nel mio lavoro. Sicuramente era qualcosa di diverso e fa abbastanza senso vedere una buona parte di giovani che, accantonati per qualche secondo le sonorità trap delle loro nuove divinità dorate, dicono di aver sentito quella canzone in una scena di una serie televisiva italiana.

La notizia della morte di Elisabetta Imelio, bassista e anima dei Prozac + è l’ennesimo pugno alla bocca dello stomaco della mia generazione che sta lentamente prendendo coscienza del fatto che il tempo sta passando inesorabilmente e con una velocità che pare difficile da frenare. Sicuramente è importante e fondamentale l’apporto che la Imelio, i Prozac + e i Sick Tamburo (gruppo fondato nel 2007 con il chitarrista dei Prozac Gian Maria Accusani dopo la fine artistica del primo progetto musicale) e ne è la riprova che in questi giorni diversi giornali e telegiornali hanno riportato, anche in maniera sbrigativa e distratta (chi più e chi meno) la scomparsa di un artista capace di lasciare il segno con i suoi progetti. Ciò che aggiunge qualche tonalità di grigio ad una situazione già triste di per sé è il fatto che il clamore della morte di Elisabetta Imelio sia stata in grado di fare “rumore” solo ad una parte di popolazione. Questo non è solamente un fattore generazionale, ma anche culturale. Se doveste fermare qualcuno per strada e chiedergli/le se sa chi siano i Prozac +, molto probabilmente otterreste risposte vaghe, confuse o completamente stranite. Qualcuno potrebbe assesire che il Prozac è uno psicofarmaco (conosciuto anche come Fluoexitina), qualcun altro che non li ha mai sentiti e potreste udire qualcuno ancora che in lontananza vi invita cordialmente ad andare a fare in culo.

Eilsabetta Imelio (voce e basso) con Eva Poles (voce solista dei Prozac +)

Questo perché nel nostro già pluritartassato Paese la cultura musicale è pressoché nulla. Le nuove generazioni ascoltano basi musicali preconfezionate sulle quali qualcuno sputa su qualche rima per essere elogiato nella giornata odierna e malamente dimenticato nel giro di mezz’ora. Non c’è qualcosa che unisca questi giovani sotto una bandiera musicale, in un movimento generazionale che possa cercare di dare voce a dei giovani che non sanno cosa vogliono o dove vanno ma che non hanno neanche modo per farlo. Non mi stancherò mai di ripetere che la musica è uno dei vari modo che abbiamo per far veicolare la cultura ed esprimere al meglio quell’aggroviglio incasinato che sono i sentimenti umani. E se questo mi fa sembrare un incartapecorito desideroso di circondarsi di persone a cui raccontare aneddoti, ben venga. C’è ancora molto casino da fare e il volume è ancora troppo basso da abbassare affinché dia fastidio ai miei martoriati timpani. Ode a te Elisabetta dunque, ovunque tu sia.

Hank Cignatta

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Giornalista pubblicista, fondatore e direttore responsabile di Bad Literature Inc.

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