Ein, zwei, polizei. Una piccata considerazione su Berlino

Correva l’anno 2013. Mese di ottobre. Ero appoggiato a un muro poco distante dalla porta di un bagno. Guardavo la galleria di fotografie su una fotocamera digitale (all’epoca non avevo ancora uno smartphone capace di fare foto maggiori di 2 megapixels). Avevo fotografato una serie di vasi greci antichi e controllavo che le immagini fossero nitide. Mi trovavo all’interno del Neues Museum, uno dei musei che compongono la Museumsinsel di Berlino.

Il Neues Museum di Berlino (ph. fonte Wikipedia)

La Museumsinsel è appunto “l’isola dei musei”, un fazzoletto di terra circondato dal fiume Sprea nel quartiere Mitte di Berlino. Un po’ come l’isola tiberina a Roma, ma molto molto più grande. In quell’isola sono riuniti un po’ di musei di importanza internazionale, e quasi tutti gli archeologi ci sbrodolano dietro perché ci sono capolavori assoluti come il Pergamonmuseum, il museo dell’altare di Pergamo, che sarebbe questa costruzione immensa di epoca ellenistica (magari un giorno ve ne parlo meglio).

L’altare di Pergamo (ph. fonte wp.com)

Ma torniamo a noi. O meglio, a me. Come vi dicevo, ero in questo museo e stavo appoggiato a un muro controllando le mie foto, quando d’improvviso mi si avvicina un custode e mi chiede (poco gentilmente in verità, ma non è questo il problema) di spostarmi, perché evidentemente è vietato appoggiarsi al muro. Io mi guardo intorno un po’ stranito, è pur sempre un cazzo di muro, non lo stavo sporcando e soprattutto non mi ci ero appeso nel tentativo di scalarlo, ma le regole sono regole e le rispettiamo. Mi lascio girare giusto un po’ i coglioni ma solo perché nel mentre io devastavo muri a spallate, una simpatica piccola orda di mocciosi in visita scolastica poggiava le manine sulle teche in cui erano esposti i reperti in una maniera abbastanza barbara. Ma sono bambini, lasciamo perdere. Non fare l’italiano, sei pur sempre in Germania.

Raro scatto di un emigrato italiano in Germania (ph. fonte sevenblog.it)

Passano 7 anni. E’ un sabato mattina e leggo giornali sul web. D’improvviso spunta una notizia talmente assurda che sembra finta. “Berlino, imbrattate più di 70 opere d’arte all’interno dei musei. Sconosciuto l’autore del misfatto”. Fermi tutti. Leggiamo meglio, magari è giusto un titolo da clickbaiting (ovvero il 90% del giornalismo online). Apro l’articolo e leggo: effettivamente pare che un tizio abbia spruzzato una sostanza oleosa indelebile (sadicamente, sottolineo: indelebile) su più di 70 opere, tra cui sarcofagi egiziani, dipinti e sculture. Tutti esposti nelle varie sale. E in più di un museo. E non si sa chi l’abbia fatto.

Notizia del 3 ottobre (ph. fonte repubblica.it)

Ok, capiamoci meglio. Praticamente il 3 ottobre un tizio è entrato in un museo, ha spruzzato questa roba su roba esposta. E’ uscito dal museo. E’ entrato in un altro. Continua a spruzzare roba. Esce dal museo, entra in un terzo. Spruzza altra roba. Esce. In tutto questo tempo nessuno lo ha visto, nessuno lo ha fermato, nessuno gli ha detto niente. A un certo punto un custode (mi piace pensare che magari sia la mia vecchia conoscenza) vede roba che cola da una statua. Si accorge della cosa. La comunica. Vanno in sala video per vedere i filmati registrati dalle telecamere. Sorpresa! Dalle telecamere non emerge niente. Zero. Nulla. Nessun indizio. 3 musei e 0 colpevoli.

Due possibili sospettati del gesto vandalico (ph. fonte guidadibologna.com)

Rendiamo il tutto più affascinante. E’ periodo di Covid. Le entrate in un luogo pubblico – in particolare i musei – dovrebbero essere limitate e maggiormente monitorate. Qualcuno mi spiega cosa cazzo è successo e soprattutto come sia stato possibile?

3 ottobre. Un custode dei musei berlinesi mentre svolge il suo lavoro (ph. fonte gettyimages)

Ora, riconosco che il mio punto di vista possa essere quello di un tizio a cui rode ancora il culo per essere stato sgridato dalla maestra e lo ammetto, un po’ è così. Poi però se non scomodo troppo la serietà, ci sta anche il fatto che in fondo sono un archeologo e se ho deciso di intraprendere questa carriera potrebbe significare che dei beni culturali me ne frega qualcosa. Dunque sì, mi rode il culo per essere stato richiamato ma mi rode infinitamente di più perché tre interi musei non sono stati capaci fare il loro lavoro e cioè “conservare e tutelare le opere d’arte”. Esiste un codice legislativo internazionale dei musei, si chiama ICOM, e il primo capitolo è dedicato precisamente a questa regola.

La Museumsinsel di Berlino, patrimonio Unesco dal 1999 (ph. fonte usercontent.one)

Con l’amarezza in bocca leggo il resto della notizia e tutto sfuma in una risata grottesca. A quanto pare il principale sospettato di questo scempio è uno chef vegano negazionista del Covid, tale Attila Hildmann. Ah, ed è pure razzista, nazionalista, complottista e antisemita.

Il (vero) possibile autore del gesto vandalico, Attila Hildmann, qui di fronte al Reichstag di Berlino il 16 maggio 2020 (ph. fonte REUTERS/Fabrizio Bensch)

Non so. A me fa tristemente ridere ogni singola parola di questo personaggio. Mi fa ridere che questo grande nemico dell’arte sia uno chef. Fa ridere che sia vegano. Fa ridere (e anche un po’ incazzare) che sia negazionista. Però ammetto che saperlo razzista, antisemita, etc. mi fa solo girare le palle. Ma lui resta solo l’epilogo di una storia sbagliata, perché è una storia che non sarebbe mai dovuta accadere. E dispiace davvero tanto che sia accaduta perché in essa non c’è solo uno sfregio vandalico, c’è il fallimento di una missione, la missione di tutela del bello. Perché checché se ne dica, il bello continua a rimanere una speranza di salvezza del mondo.

Danilo D’Acunto

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