Dirty Honey, la durezza del rock dal dolce ripieno

0

I Dirty Honey entrano nella mia in una calda mattinata di metà giugno, quando vado a prendere la Great Point Shark Blue dal meccanico dopo l’ennesimo guasto che mi ha lasciato a piedi. Rieccomi con il culo sul sedile della mia inseparabile quattro ruote, con il suo motore che, nonostante tutto, è tornato a rombare e ha ancora tanto da dire e da dare. Fendo la giungla urbana di Nevrotic Town mentre, fermo al semaforo, cerco una colonna sonora adeguata contro il logorio di questa frenetica vita moderna attingendo dal mio cellulare. Mi arriva una notifica del fatto che un nuovo gruppo è disponibile all’ascolto all’interno del programma, un gruppo che non avevo mai sentito prima. Dirty Honey, il nome suona bene. Chissà la musica. Metto su il primo brano, Rolling 7’s, un misto tra un brano dalle sonorità desertiche e gli Aerosmith migliori. Ci siamo. Proseguo nell’ascolto degli altri brani. E anche se il sole era sorto da un pò, luce fu.

Welcome to the asphalt jungle, we have smog and car tails. Da Nevrotic Town (Torino) con amore

I Dirty Honey sono un progetto fresco, formatosi nel 2017 per volontà del cantante Marc LaBelle, il quale si è trasferito da New York destinazione Los Angeles per inseguire il successo sulle orme del suo gruppo preferito, i Guns’N’Roses. Qui ha modo di conoscere il chitarrista John Notto, il quale suonava alcune cover in un bar di Santa Monica. LaBelle rimane folgorato dal talento e dalla dedizione di Notto e gli parla del suo progetto di mettere in piedi una band. Ai due si uniscono il bassista Justin Smolian e il batterista Corey Coverstone, dando origine alla formazione attuale che ha avuto modo di incidere del materiale inedito, come i brani Fire Away e la Aerosmithiana Down The Road. Gli ingredienti per una deliziosa ricetta a base di rock ci sono tutti ma manca solo una cosa: un nome cazzuto in puro stile rock ‘n’roll. Ecco quindi che LaBelle e compagni optano per Dirty Honey, dopo aver sentito l’intervista radiofonica rilasciata ad Howard Stern di Robert Plant, ex cantante dei Led Zeppelin. In quell’occasione Plant stava parlando degli Honeydrippers, la sua band R’n’B che mise in piedi negli anni Ottanta con musicisti di grido del calibro di Jimmy Page, Jeff Beck, Paul Shaffer (famoso anche per la sua presenza fissa nella band del David Letterman Show), Nile Rodgers, Wayne Pedziwiatr, Dave Weckl, Brian Setzer e molti altri.

I Dirty Honey (o una parte di essi): dietro il bassista Justin Smolian e davanti il cantante e frontman Marc LaBelle

La svolta arriva quando Mark DiDia, produttore musicale della Columbia Records e amico di lunga data del gruppo, ha modo di ascoltare il brano When i’m gone, il quale divenne presto il loro manager riuscendo a farli scritturare come gruppo di apertura per i concerti di Slash (storico chitarrista dei Guns’N’Roses). La band ha modo di farsi le ossa suonando in diverse date in molti locali, attirando subito l’attenzione degli appassionati e degli addetti ai lavori. Nel corso di una recente intervista, LaBelle ha rimarcato come la possibilità di entrare in empatia con il pubblico dei club sia un elemento che manca a molti cosiddetti artisti che vengono lanciati dai talent show, i quali sono costruiti a tavolino con il preciso scopo di vendere più dischi e guadagnare più soldi possibile. E cosi’, mentre si fanno conoscere ed apprezzare data dopo data, i Dirty Honey nel 2019 hanno modo di volare in Australia dove incidono il loro omonimo EP (acronimo di Extended Play, una registrazione che contiene più di un brano ma che non può definirsi ancora un album. Più una registrazione promozionale, passato alle case discografiche e alle radio per far conoscere gli artisti prima di un disco vero e proprio), facendo impazzire le stazioni radio locali che mettono in rotazione i loro pezzi più volte al giorno. Tutto ciò apre loro la strada per diventare gruppo di apertura ai concerti di band del calibro dei Red Sun Rising, degli Who nel corso del loro Movin On! Tour, degli Skillet, degli Alter Bridge giungendo poi ad aprire per i loro idoli, i Guns, per le due date di Las Vegas del Not In This Lifetime Tour.

I Dirty Honey sul palco

I Dirty Honey non hanno mai fatto mistero di ispirarsi a gruppi del calibro di Aerosmith, Guns’N’Roses, Audioslave e molti altri. Molto probabilmente i puristi del rock liquideranno il tutto come l’ennesima trovata pubblicitaria, una sorta di nuovo caso stile Greta Van Fleet. E molto probabilmente quei puristi del rock sono anche gli stessi che non riescono ad andare oltre quei gruppi che senza ombra di dubbio hanno fatto la storia del loro genere musicale, ma che non riescono ad ampliare i propri orizzonti. Questi sono tempi difficili sotto diversi aspetti, specialmente quello culturale. La musica è uno dei veicoli più belli, infiniti e variegati per far veicolare cultura ed esattamente come è avvenuto e sta accadendo con i Greta Van Fleet poter tornare a sentire delle sonorità rock che erano ritenute ormai vetuste dovrebbe sicuramente far sorgere casi di priapismo acuto tra i vari appassionati del rock. Certo, i gusti personali non si discutono, questi ragazzi possono piacere come no. Ma d’altronde anche quelli che vengono considerati i mostri sacri del rock non sono forse riusciti a prendere ciò che c’era prima e a traslarlo in una dimensione nuova e personale, rendendola immortale? Anche qui forse fioccheranno le accuse di un progetto nato a tavolino per rimpinguare le casse di produttori avidi e senza scrupoli che vogliono lucrare sulla nostalgia di una generazione che il con il rock e i suoi grandi protagonisti ci è cresciuta. Ma non sarebbe forse ora di permettere anche alle nuove leve di scoprire la bellezza di questo genere musicale? Agli ascoltatori l’ardua sentenza. Per tutto il resto mettete il volume al massimo e ascoltate.

Hank Cignatta

Share.

About Author

Giornalista pubblicista, fondatore e direttore responsabile di Bad Literature Inc.

Leave A Reply

Shares