Dan Fante: nel nome del padre

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Eravamo nei pressi di una stazione ferroviaria abbandonata in mezzo all’aperta campagna. Oltre all’edificio scarno e scrostato, due linee di binari venivano dal nulla e si perdevano nello stesso, con i pezzi di legno e ferro nascosti tra le erbacce, e poi tutto attorno solo il buio della notte, bucato dalla luce dei fari del palco che avevano montato per l’occasione. L’occasione era un reading letterario nel quale Dan Fante avrebbe letto le sue poesie, e io ero là per quello. Dan Fante, sì. Il figlio di John Fante. Il figlio di dio. O almeno, uno dei figli di uno dei tanti dei (perché in fondo oltre a John Fante c’è anche Johnny Cash, Michelangelo, Sherwood Anderson e Carmelo Bene, tanto per dirne qualcuno). Comunque, ero lì perché di lui avevo letto e amato un suo libro e perché volevo sapere che tipo di spalle potessero essere quelle che devono portarsi addosso il peso di un simile cognome. Perché sì, portare avanti un cognome è scomodo, e ovunque andrai nella vita dovrai sempre farci i conti con quel cognome, subendo l’ombra del padre (o madre) che si stende su di te. Andatelo a chiedere ai De André, i Tognazzi e i Cobain, e sentirete cosa hanno da dirvi.

Dan Fante (1944-2015). Figlio di John. Scrittore, poeta e commediografo. Bravissimo quanto il padre, i suoi libri sono per lo più pubblicati dalla casa editrice Marcos y Marcos (ph. fonte: Corriere della Sera)

Dan regge bene il suo Fante accanto al nome. Reggeva, perché è morto cinque anni fa. Regge, perché è uno scrittore e gli scrittori, come gli eroi, non muoiono mai. Se non mi credete, andate in libreria a scovare il suo “Angeli a pezzi” (titolo originale “Chump change”, 1998), dopodiché agganciatevi ad “Agganci” (“Mooch”, 2001) e infine buttatevi su “Buttarsi” (“Spitting off tall buildings”, 2002). Questi tre titoli rappresentano una trilogia incentrata sul personaggio di Bruno Dante, in qualche modo suo alter ego così come all’epoca Arturo Bandini lo fu per suo padre John (clicca qui per leggere l’articolo). E qui c’è già da riflettere, perché i più potrebbero (giustamente) dire “oh, guarda che caso, anche lui ha riproposto il giochino dell’alter ego. Sarà mica che in mancanza di idee ripropone la stessa salsa del padre?”. E’ giusto, è normale pensarlo. E’ legittimo. Ma la risposta è no. Perché il giochino è lo stesso, sì, e anzi vi dico di più, anche Bruno Dante come Arturo Bandini è un aspirante scrittore che arranca nel mestiere come nella vita. Ma l’elaborazione è diversa. Perché diverso è il periodo, diverso lo stile, diversa la generazione. Diverso l’alcool e diverse le droghe. Dan Fante oltre a essere figlio di suo padre è figlio della sua epoca, e ci si ritrova immerso fino al collo con tutte le scarpe. Se Arturo Bandini poteva essere un ribelle senza causa alla James Dean, Bruno Dante è un estremo della società come il Mark Renton di Trainspotting.

Un breve video di Dan Fante al Festival di Torricella Peligna (Abruzzo), il luogo di origine della famiglia Fante

Come John faceva i conti con il tritacarne di una Hollywood che assoldava scrittori di razza e li strangolava nel mercato, ora Dan fa a botte con una realtà ancora più inabissata nel consumismo e nello sfavillare di successi più vuoti che mai. Non a caso in “Buttarsi” ritroviamo un Bruno Dante che ha ormai abbandonato (del tutto) le aspettative letterarie e si è lanciato nell’imprenditoria spicciola, ritrovandosi a gestire una società che scarrozza attori e ricconi in limousine, quelle in cui si consumano orgette a base di droga e trans in attesa di approdare al prossimo evento che ha richiesto la loro presenza. E’ tutto un mondo al servizio di una mondanità degradata e vuota. Qualsiasi speranza sembra bruciata e la constatazione di questo magari non ferisce ma lascia tanto amaro in bocca. Fin quando, a un certo punto, la vita non decide di fare qualcosa. Ma questo, in caso, tocca a voi scoprirlo

Dan Fante legge una delle sue poesie tratta dal libro “Gin Pissing, Raw Meat, Dual Carburettor V-8 Son-of-a-Bitch from Los Angeles” (2002) tradotto in Italia col titolo “Gin & Genio”

E quando si parla di Dan Fante non si può fare a meno di parlare delle sue poesie. Dio, quanto vale la pena leggerle. Io ho ancora in mente di quando – come ho scritto all’inizio – lui si accomodò su un palco e iniziò a declamare in quell’eremo remoto dell’Irpinia con il canto elettrico dei grilli in sottofondo. Parole che si modulavano nella notte aperta e rapivano il vuoto. Talmente bello che a momenti pure i sassi tra le rotaie sembravano ascoltare le cose che quell’uomo robusto diceva nel microfono. Una poesia fatta di umanità dalle ginocchia sbucciate, e di sentimenti sospesi all’interno di appartamenti presi in affitto. Poesie che in alcuni tratti diventano sincere e crudeli a livelli affilatissimi, così come solo la vita certe volte è in grado di essere. Come quando descrive il momento tragico della morte di suo fratello maggiore usando parole feroci quali “Blood everywhere / on the car’s seat / on the floorboard / And me / still half wasted / freaked and desperate and helpless”.

Dan Fante legge la poesia “2002” sempre tratta da “Gin & Genio”, edito in Itala dalla WhiteFly Press

Ricordo che quando l’ho incontrato ero emozionato e maledettamente imbarazzato perché avevo la brillante idea di presentarmi a lui con in mano una copia de “La confraternita dell’uva”, il libro del padre. Dio, che deficiente, non avevo proprio calcolato la possibilità che si incazzasse per questa cosa, o magari che in un impeto di gentilezza non mi avrebbe detto niente ma chissà, forse gli avrebbe dato fastidio o peggio ancora, gli avrebbe fatto male. Come se dicessi “senti, a me piace tuo padre, ma lui purtroppo non c’è e tu sei quanto di meglio passa il convento”. Merda, sì, stavo facendo una cazzata. Ma ormai era tardi, mi aveva già visto, era a 3 metri di distanza da me. Aveva visto che stavo per andare da lui e aveva visto che avevo un libro in mano. Ero un ladro colto sul fatto. Me ne vergognavo. Mi avvicino, inizio a farfugliarli un “I’ll be honored if… ehm, I know… I’m sorry… but… having a Fante’s signature… I’m sorry, I’m sorry…”. Il mio inglese andava a strozzarsi in un fogna colma di imbarazzo quando all’improvviso lui allarga un braccio e mi spara in faccia uno degli “sure!” più belli e potenti che abbia mai udito in vita mia. E quel braccio che aveva allargato va a posarsi sulla mia spalla invitando ad avvicinarmi e ad allungargli quel libro cui evidentemente ha voluto tanto bene anche lui. Perché in fondo quel libro parla di un padre e di un figlio, e Dan era un figlio che portava con dignità il nome del padre nel nome del padre.

Io e Dan Fante. Dan e Dan, insomma. Lui mi ha appena autografato “La confraternita dell’uva“, scritto dal padre. E in quel libro c’è anche la firma di Capossela, che ne ha scritto l’introduzione. Quel libro praticamente vale oro

For Danilo. Thank you for reading John Fante” mi ha scritto sul libro. E cazzo, quando penso alla semplicità e bellezza di una frase del genere mi viene quasi da piangere. Perché ringraziare di leggere qualcuno o qualcosa è uno dei gesti più belli che l’umanità possa mai permettersi.

Per cui grazie a chiunque di voi abbia letto o abbia voglia di leggere Fante. Sia il padre che il figlio.

Danilo D’Acunto

® Riproduzione riservata

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Archeologo e scrittore di cose. A rude dude, but also the real deal.

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