Come il capitalismo ha assorbito il fuoco del Grunge

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Il 10 settembre 1991 è una data fondamentale per la musica rock: “Smell Like Teen Spirit” viene pubblicata come singolo dell’album “Nevermind” dei Nirvana. Il suo successo è tale che l’album, assolutamente fuori dai canoni della musica commerciale, schizza al primo posto delle classifiche e ci rimane un anno. Un successo straordinario, punta di diamante del movimento grunge, ma per quanto assurdo, non viene cercato dagli stessi protagonisti.

La celeberrima copertina di Nevermind, diventata parte della cultura pop tanto quanto i brani che compongono l’album

Eh si, perché a differenza della stragrande maggioranza degli artisti attuali – o presunti tali, visto che molti di quelli che calcano i palchi non eseguono pezzi scritti da loro – il pugno di gruppi emersi a Seattle in quel periodo non aspirava al mero successo commerciale. Quello che la musica permetteva loro di fare era esprimere un profondo disagio che coinvolgeva tutta la loro generazione. La cosiddetta Generazione X (i nati tra il 1965 e il 1980) viveva infatti un’epoca travagliata, in cui i punti di riferimento erano scomparsi. La crescita economica si era esaurita, e i ruoli importanti li occupano gli adulti, che si preoccupano di sé stessi e impongono i loro valori. Tutto questo in un mondo in cui la tecnologia inizia ad espandersi ovunque, mettendo in secondo piano l’aspetto umano, e chi vuole trionfare deve essere pronto a fagocitare tutto ciò che lo ostacola, incluse altre persone.

La Generation X

Il cuore di questo fuoco di ribellione espresso in musica si rivelò Seattle, dove nacquero, oltre ai Nirvana, gli altri nomi fondamentali: Alice in Chains, Paerl Jam e Soundgarden. Pur con storie, influenze e stili molto diversi, condividono alcuni tratti fondamentali, ben sintetizzati da Alex Poltronieri nella sua recensione di “Ten”, il mitico album d’esordio del Pearl Jam:

I Pearl Jam sono la tanto attesa risposta alle preghiere di milioni di rocker, che in tutto il mondo si lamentavano di gruppi tutto glamour e niente sostanza alla Bon Jovi.
Con il grunge, il pubblico riscopre la necessità e il piacere di identificarsi con i propri idoli. I Pearl Jam se ne fregano del proprio look, si interessano dei loro fan, regalano sempre show passionali ed energici, per anni combatteranno (anche se alla fine saranno sconfitti) contro la Ticketmaster per abbassare il prezzo dei biglietti per i loro concerti

Uno scenario simile non poteva che caricare una pressione insostenibile sui più giovani, schiacciati dal peso delle aspettative, delle incertezze sul futuro e dagli scontri generazionali. Questo li ha resi insicuri, pessimisti sul futuro, in perenne guerra con le istituzioni e alla continua ricerca della pace. Questa furia iconoclasta, che viaggia insieme a profonde fragilità, si esprime anche a livello estetico: camice, jeans strappati e Converse sono i vestiti di chi non ha soldi adesso e non crede di farne in futuro. E il massiccio utilizzo di droghe vuole sì essere una provocazione verso i benpensanti che perseguitano il successo stereotipato, ma è anche la risposta al desiderio di avere un momento di pace.

Il sistema ha assorbito il virus grunge

Il mondo della moda, una delle più pure espressioni del capitalismo cannibale, fiutò l’occasione e iniziò a vendere magliette e jeans per quella fetta di pubblico, ormai imponente e adorante verso quei miti. E anche in questo caso la mitizzazione ha mostrato il proprio rovescio, poiché voler guadagnare il più possibile dal fenomeno del momento (e questo è il vero cuore della moda capitalista, non certo la pretesa di praticare l’arte) ha reso quella che era una manifestazione di un malessere una semplice moda, privandola del suo potere rivoluzionario.

Oggi la maglia col simbolo dei Nirvana è conosciutissimo, i jeans strappati sono ancora di moda e “Smell Like Teen Spirit” la conoscono anche i più giovani. Ma chi di loro è veramente consapevole di cosa sta cantando? Lo fa perché davvero conosce il mondo che ha vomitato quella rabbia o perché è una cultura ormai assimilata e non più eversiva?

Una classica maglietta con il logo Nirvana (eBay)
Jeans strappati (Gogolfun)

Forse sono questi jeans e queste magliette, economici da produrre e rivenduti a caro prezzo per il loro essere “alla moda”, che segnano la morte del grunge. Perché la morte fisica è inevitabile per tutti, artisti compresi: la loro arte può essere immortale se ne si preserva il fuoco sacro.

Riccardo Ruzzafante

© Riproduzione riservata

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