Alla ricerca di musica perduta: quel certo timore dei Timoria

Il riflesso del Diplomatico edizione Mantuano nel bicchiere è di un fascino ammaliante e io osservo con avidità i raggi di sole che filtrano attraverso il vetro, proiettando una spalmata di luce marrone sul tavolo.

Il rhum sta andando a fare compagnia a una bottiglia di Sagrantino che gli ha già spianato la strada, per cui come è prevedibile la mia mente vaga con incerta tenerezza lungo i pensieri delle 3 di pomeriggio. All’improvviso un verso armonico mi graffia i ricordi. Una manciata di parole affiora alla memoria. “Portami a ballare / prima che venga domani…”

Il verso inizia a torturarmi il cervello perché è il pezzo di un puzzle che non riesco a inquadrare. Comincio a ripetere a oltranza quelle parole nello sforzo immane di metterle a fuoco. “Portami a ballare / prima che venga domani…”. No, aspetta. Quel “portami a ballare” non mi torna. Qualcosa mi dice che le parole non sono quelle, anche se il ritmo si incastra perfettamente nello schema metrico.

Poi ho l’illuminazione. Improvvisa. Non è “portami a ballare”, è una struttura sintattica simile. È “mandami un messaggio”, e il verso è “mandami un messaggio / prima che venga domani…”. Dopodiché mi torna in mente anche il seguito: “…e il nuovo giorno ci costringa in un fast food”.

Come se avessi appena recitato una formula magica che schiude l’incantesimo, mi ricordo della canzone. “Mandami un messaggio”, dei Timoria. E mi ricordo dei Timoria.

Voi ve li ricordate i Timoria?

Esordivano negli anni ’80 con la spensierata faccia tosta di quegli anni ingenui, privi di tutto se non di scalcagnato entusiamo. “Facciamo rock” dicevano allora, ed era quel rock italiano al sapore di liceo classico che è stato abbondantemente pennellato in “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”. “Timoria” stesso è una parola che spunta dritta dritta dal vocabolario di greco antico. Significa “vendetta”, e qui c’è tutta le bellezza di questo rock un po’ cialtrone ma genuino: mentre le teste quadre della musica da garage si sarebbero chiamati “revenge”, questi alfieri del rock lombardo sterzano sulla burlonata dal sapore intellettuale.

Scatafasciati fino nel midollo, ma che ci credono tanto. Ottengono i primi successi nei vari festival. Si fanno notare, girano, vengono contattati da case discografiche. Fossero stati in questi anni avrebbero spopolato su youtube e nei podcast come acqua fresca, ma quella dei ’90 era ancora l’epoca delle musicassette con i pezzi registrati direttamente dalla radio. Il tam tam mediatico era ancora una distante balena all’orizzonte.

All’epoca il botto lo facevi a Sanremo e così è stato anche per loro. Prima nel 1991 nella sezione “Novità”, che ha aperto loro le porte per la collaborazione con i grandissimi della musica italiana (Finardi, Nannini, 883, Jovanotti, Articolo 31, etc.). Poi una seconda volta nel 2002 nella sezione Big. Tra le due date, l’abbandono del gruppo da parte di Francesco Renga e l’album “El topo grand hotel”, dal quale è tratta la canzone che mi martellava il cervello in questo pomeriggio ambrato di alcool e frantumi di passato.

Me lo ricordo, quell’album. Uno dei primi CD comprati, di quelli masterizzati e venduti sulle bancarelle, quando la vita ancora sapeva di adolescenza illecita. “El topo grand hotel”. In quell’isolato paesotto in cui spendevo la mia gioventù fui l’unico a cogliere la citazione, e forse lo sono ancora oggi. “El topo” è un film di Jodorowsky che all’epoca amavo senza sapere che da lì a dieci mi sarebbe salito profondamente sulle scatole, e forse un giorno vi spiegherò il perché.

Così come il film, l’album è un omaggio alla mistica. Le canzoni delirano educatamente all’ombra dello sciamanesimo e più di un arrangiamento strizza l’occhio (o quantomeno ci prova) al rock psichedelico, senza però dimenticarsi che quello era il 2001, e che il pubblico si era già abbondantemente dimenticato degli Area.

Ma per un mezzo poppante (quando si è adolescenti si è poppanti, non ci sono eccezioni) come me quanto funzionava bene quell’album. Senza di quello forse non avrei potuto avere un’unità di misura per distinguere i Banco del Mutuo Soccorso dai Litfiba, e i Punkreas dagli Hate&Merda.

Sono stati un tentativo, i Timoria. Un tentativo che ci faceva timore: quasi avevamo paura ad ascoltarli, paura che ci potesse piacere quel rock spalmato in maniera commericiale a uso e consumo delle serate del catechismo più giovane (non è un caso che i Timoria incisero “Symbolum ’77”, ovvero la versione rock del canto religioso “Tu sei la mia vita”).

Ma anche un tentativo riuscito, che oggi forse manca a più di una persona. Un tentativo che quando ci ha fatto distorcere quel naso un po’ riccardone in cerca del rock oltreoceanico, ci spiegava come un giorno ci saremmo trovati anche a rimpiangerlo. Sì, un giorno stirato di uno stanco pomeriggio post pranzo avremmo graffiato ricordi elettrici distanti; la dolce distorsione di accordi sommossi ci avrebbe fatto compagnia, nel silenzio di una bevuta e dell’ultimo swipe su uno youtube che prova a venderti ovvietà inutili. E non ti manda mai un messaggio prima che il nuovo giorno ti costringa in un fast food.

Danilo D’Acunto

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